FRANCESCO PETRARCA SECRETUM PDF

The dialogue opens with Augustine chastising Petrarch for ignoring his own mortality and his fate in the afterlife by not devoting himself fully to God. Petrarch concedes that this lack of piety is the source of his unhappiness, but he insists that he cannot overcome it. The ideas expressed in the dialogues are taken mostly from Augustine, particularly the importance of free will in achieving faith. Other notable influences include Cicero and other Pre-Christian thinkers. Secretum can be seen as an attempt by Petrarch to reconcile his Renaissance humanism and admiration of the classical world with his Christian faith.

Author:Samumi Grok
Country:Brazil
Language:English (Spanish)
Genre:Spiritual
Published (Last):20 June 2005
Pages:231
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ISBN:900-2-46747-852-9
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E sebbene il meditare sui proprii mali torni ad ottima medicina, io ti prego, o egregio curatore che fosti delle passioni che ti diedero guerra, che, rompendo colla tua santa e cara voce un siffatto silenzio, voglia rinforzare, se puoi, del tuo aiuto la costui mortale languidezza.

La qual maniera di scrivere appresi dal mio Cicerone, ed egli da Platone. Che te ne stai facendo, omiciattolo? E in che modo? E come? E qual sarebbe? Se non erro, questa querela vuol essere alquanto lunga, ed a finirla bisogneranno molte parole.

Davvero il tuo discorso mi sa di strano! Per tanto io conchiudo che molti a malincuore e senza volerlo sono infelici. A che miri non so; ma pure sento infocarmisi le guance, come ragazzo sgridato dal pedagogo. Or dunque dichiarami, ti prego, qual sia il peccato che mi rimbrotti con tanta acerbezza.

Deh che innanzi morte mi tocchi questa buona ventura! Siamo alquanto usciti dalla battuta. Ritorniamovi passo passo, se pure tu rammenti donde movemmo dapprima. Me ne dimenticava quasi, ma ora me ne ricordo. Oggi ricadi sovente nelle stesse parole: ma io, se ben me ne ricorda, non mai ho ingannato me stesso. E da quanto esperimentai in me stesso fo ragione degli altri.

E quale? E che? A che patti accenni? Gran Dio! Che ne dici adunque? Io non aggiungo motto; va innanzi. E non vorrai piegarti alla forza del vero? Che dicesti? Lo credo.

Ma, a rendertene viemaggiormente persuaso, interroga la tua coscienza. Ho, come ingiungi, disaminata la mia coscienza. E che ti risponde? Vere esser le cose che dici. Ove tu cominci a ridestarti, profitteremo non poco. A che mira questa tua inchiesta? E a che dunque mi giova il desiderare?

Tu mi sollevi a grande speranza. E di che debbo temere? Ma forse tu non pensi quanto ardua impresa sia questa. Or vorrai crescere in me lo sconforto? Non intendo il significato di queste tue parole. Altro campo, altra fatica. Vorrei che parlassi con maggior cortesia. Adunque io non medito la morte? Assai di rado e con tanta spensieratezza che note giungi mai a toccar fondo a tutta la tua miseria.

Ed io mi credeva ben altro. E quale, di grazia? La tua coscienza. Essa mi dice il contrario. Che fa questo a noi? Ed oh una tale insania danneggiasse almeno voi soli! Io ti dico anzi che a pochi. Parli tu di buon senno? E che vuoi dirmi con questo? Di buon grado. Ma una passeggera menzione che se ne faccia o il tenerne discorso soltanto non basta; che anzi giova intrattenersene a lungo e con intentissima meditazione rappresentarsi un uomo in sul confine della vita.

Gli occhi infossati ed erranti, lagrimosa la pupilla, raggrinzata e livida la fronte, cadenti le guance, chiavati i denti, rigide ed affilate le nari, spumante il labbro, torpida e coperta di squamme la lingua, riarso il palato, pesante il capo, affannoso il respiro. Delle quali cose, senza dubbio, serba memoria e agevolmente se le rappresenta al pensiero chi abbia assistito di sovente a scene si luttuose.

Ma deh! Se qualora mediti la morte non ne resti commosso, vuol dire che fu vano, siccome in ogni altra cosa, il tuo pensiero. Oh da tanti mi togli orridi mali, Signor pietoso, e la tua destra invitta Guida mi sia per questo aspro diserto. Or tu nella suprema ora mi dona Quella pace che invan supplice imploro. Sono del tuo medesimo avviso. Non ti chiesi io qual sia il laccio onde mi trovo costretto? Dimmi adunque come avvenga che riesca a me infruttuoso il pensiero della morte, utile a tanti?

Ed io non credo esservi quasi nessuno di quanti muoiono cui non si convengano quei versi: Desia tarda vecchiezza, e nel pensiero Gli sorride di lunghi anni la speme.

Non sospettar di me tali cose. E quanto veggo, odo, sento e penso, non mira ad altro fine che a questo. Te ne do la mia fede. Sai tu che principalmente ti noccia? Odimi adunque. Ora il desio Li alletta, ora la tema e il duol li affanna, Or la gioia li allegra. Ognor costretti Di tenebroso carcere nel buio, Non bevono le aperte aure del cielo. E non ravvisi tu in questo concetto del poeta quel quadruplice mostro tanto avverso alla umana natura? Anzi nettamente. Ed esso, per rispetto al tempo presente e futuro, in due parti si divide; le quali in due altre suddivise, secondo la nozione del bene e del male, ancora si suddistinguono.

Ben parli. Ma torniamo a noi. Or mi ricordo che queste parole stanno scritte nelle Tusculane. E a te avviene lo stesso che a coloro i quali, volendo in ristretto campo sparger copia di sementa oltre il dovere, alle sighe troppo fitte tolgono modo di venire a maturanza. Ahi meschino di me! Riposiamoci alquanto. Ti pare che abbiam riposato abbastanza?

Io non so che ripromettermi di me stesso. Ma torniamo al proposito. Agghiaccio di spavento. Bada ai lacci che ti tende il mondo, a tanti vani fantasmi che ti si aggirano attorno, a tante futili cure che ti fan guerra. Quante fiate non udii te stesso menarne lagno? Or che resta agli altri a sperare, quando si dice questo di letterature celebrate cotanto?

Forse la robustezza o la ferma salute? Forse saresti vago della bellezza di tua persona e, mirando al colore e ai lineamenti del volto, trovi di che compiacerti, maravigliarti, commoverti, dilettarti? Credi adunque che molto confidi nel mio ingegno? Ed io so dirti che, conoscendone la pochezza, non lo tengo in verun conto. Ripeti pertanto frequentemente teco medesimo il filosofico dettato: Io nacqui a ben altre cose che a rendermi schiavo del mio corpo.

Ma andiamo innanzi. Sai tu che ti svii? La cupidigia dei beni temporali. Dunque io sono avaro? E per giunta ambizioso. Eccomi apparecchiato a ricevere qualsiasi altra ferita, di che ti piaccia piagarmi.

A che tanti tesor cerchi e raduni Con infiniti affanni? Se non che io porto opinione che intanto corriate dietro alle ricchezze in quanto esse vi danno modo ad essere ravvolti, dopo morte, entro panni di porpora, a riposare in marmorei sepolcri, a lasciare litigi tra gli eredi che si contenderanno il pingue retaggio.

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